Il regista Tuccio Guicciardini ha avuto un rapporto con lo scrittore Sebastiano Vassalli a partire dallo spettacolo Macchine, messo in scena per la prima volta il 24 febbraio 2007 e frutto di una proficua collaborazione tra i due, a partire dai racconti automobilistici della prima sezione del volume di racconti la morte di Marx (Einaudi 2006), destinata a durare ancora diversi anni. L’intervista ha avuto luogo il 16 novembre 2020.

 

Come ha conosciuto Sebastiano Vassalli?

Il nostro incontro fu legato al fatto che noi dovevamo fare una produzione per il Mart di Rovereto, in occasione di una mostra che si chiamava Mitomacchina, incentrata sulle automobili. Caso fu che in quel periodo io stessi leggendo proprio La morte di Marx di Vassalli. Decisi che i racconti dedicati al tema delle macchine sarebbero potuti essere un ottimo punto di partenza per uno spettacolo da allestire in questa cornice, perciò – quando Vassalli venne a presentare il libro a Firenze, alla Biblioteca Centrale – mi parve una buona occasione per conoscerlo e per proporgli questo tipo di collaborazione. Con Sebastiano devo dire che ci siamo trovati subito. Lui ci invitò poi alla Marangana per parlarne più approfonditamente, e da lì si è instaurato un bel rapporto ed è nata poi una lunga collaborazione.

Collaborazione che, negli anni, si è rivelata più che fruttuosa.

Certamente. Nota che lui aveva scritto per il teatro una volta sola, circa negli anni Sessanta, un testo per Ronconi. Ci rimase male perché questo progetto finì prima per essere a lungo rimandato, poi per essere ricreato dallo stesso Ronconi in modo simile a quello cui aveva lavorato Sebastiano, il quale allora promise solennemente che non avrebbe più scritto per il teatro. E invece dal nostro incontro venne messo in scena lo spettacolo Macchine, la cui prima fu proprio al Mart di Rovereto, nell’Auditorium del Museo. Visto questo, Sebastiano si era po’ innamorato di questa situazione. Abbiamo finito – nonostante la sua promessa giovanile – per mettere in scena ben tre produzioni insieme a lui: oltre a Macchine, La notte della cometa – che si è trasformata in Mi chiamo Dino, Sono elettrico – e il Supermaschio.

Soffermiamoci su Macchine: consultando i documenti relativi all’allestimento dello spettacolo a Rovereto, ho notato che il progetto – che poi debuttò nel febbraio del 2007 – non presentava ancora questo titolo, che invece compare nello spettacolo andato in scena l’anno scorso. Nel progetto iniziale compare la sigla N.S.C., Nuova società consumistica. Si tratta dello stesso spettacolo?

Certo, Nuova Società Consumistica era il titolo ancora abbozzato del progetto iniziale, che si abbandonò quasi subito. Era troppo astruso, non funzionava. Il progetto, però, è lo stesso. Perciò già al Mart andò in scena con un titolo differente: Ciao Modernità, Ciao Kafka. Esatto. Inizialmente sì, c’è stata una certa ricerca del titolo. N.S.C. era il titolo semi-provvisorio proprio del progetto iniziale, mentre Ciao Modernità, ciao Kafka è stato quello con cui andò in scena il debutto al Mart, ma che poi venne per un breve periodo di tempo considerato anche come sottotitolo. L’ultimo passaggio, quello definitivo, è stato quello che ha portato a Macchine.

Tra le diverse versioni che lei descrive c’era qualche sostanziale differenza testuale?

Il progetto è rimasto sostanzialmente lo stesso, così come i racconti sono sempre stati pressoché gli stessi. Semmai se ne sarebbe aggiunto qualcun altro. C’era per esempio in cantiere l’idea di aggiungere il racconto della carrozzina in autostrada, della famiglia che provoca l’incidente, molto interessante. Per la messa in scena, infatti, tutto quello che ruota – e che è ruota – si moltiplica e diventa poi una parte fondante dello spettacolo, per cui anche la carrozzina poteva essere un elemento che poteva essere sfruttato. Tuttavia, il testo è rimasto lo stesso.

Secondo quali criteri sono stati selezionati i racconti da trasformare in episodi teatrali? I

racconti sono belli tutti, questo è sicuro. Però per la trasposizione teatrale sono stati individuati quelli che sarebbero stati più semplici per la messa in scena. Ce ne erano altri che ci sarebbe piaciuto proporre, per esempio quello del videogioco, ma si è scelta la linea più logica dal punto di vista dell’allestimento. Si è pensato di ripercorrere quella sorta di evoluzione che emerge nel libro, dalla nascita, con la costruzione della ruota e con essa del movimento, fino alla morte. C’è dunque una linea drammaturgica che tende un po’ ad avere questa evoluzione temporale, che segue quasi lo scandire della vita: iniziava perciò con la nascita della Cinquecento, poi c’era l’incidente e la nascita del figlio di Mercedes e Autoarticolato, e così via fino al suicidio dei due amanti, a simboleggiare la morte e allo stesso tempo l’episodio conclusivo con cui lo spettacolo terminava. Questa era la scelta di costruzione.

Dopo il debutto al Mart, lo spettacolo è poi andato in scena al Teatro dei Leggieri di San Gimignano e al Teatro Studio di Scandicci, riscuotendo ottimi riscontri. Mi risulta, però, che questo spettacolo sia stato anche motivo di un progetto laboratoriale in Armenia.

Esattamente. Il progetto nasce a Rovereto, poi l’abbiamo portato un po’ in giro: lo abbiamo portato anche in Armenia. Stavamo facendo dei lavori in Armenia e da parte loro c’era una precisa volontà di mettere in scena il testo di un autore italiano. Sebastiano era abbastanza conosciuto e anche abbastanza nuovo, diciamo: per cui si è pensato che non ci fosse soluzione migliore. Abbiamo proposto Macchine, che così è stato prodotto anche in Armenia. Gli armeni sono poi venuti a loro volta qui in Italia.

Come è nato questo progetto?

L’iniziativa in Armenia era partita da una collaborazione tra diverse compagnie: in particolare il teatro armeno aveva dei rapporti con una compagnia fiorentina, chiamata Versilia Danza, che noi conoscevamo. A loro interessava, però, un lavoro prettamente legato al teatro, un lavoro di tipo testuale, mentre questa compagnia di Firenze si occupava solamente di danza. A quel punto, dunque, si rivolsero a noi, che invece facciamo un teatro-danza, proponendoci per il progetto in Armenia. Fu tutto un fatto di conoscenze.

Dunque la proposta di Macchine è partita direttamente dalla Compagnia Giardino Chiuso.

Sì: dall’Armenia cercavano una collaborazione con l’Italia per mettere in scena un autore italiano. Potevano portare Pirandello, oppure Goldoni… ma preferivano un contemporaneo. E noi avevamo già il testo di Macchine pronto. Per cui lo abbiamo proposto, spiegando il tipo di lavoro che si poteva fare: loro hanno accettato e noi siamo partiti. Lo stesso anno, mesi dopo, il testo è stato poi ripreso e rimesso in scena per la Settimana della Cultura Italiana in Armenia. Ci sono state dunque due tappe della nostra esperienza armena, una sul laboratorio – e dunque la costruzione e la messa in scena dello spettacolo – e l’altra invece in occasione di questa replica, sempre attraverso l’intermediazione del consolato italiano: per la prima siamo rimasti inizialmente per tre settimane circa, per la seconda ci siamo trattenuti solo una settimana, per riprendere in mano lo spettacolo e riproporlo al pubblico.

Come descriverebbe il periodo di preparazione dello spettacolo in Armenia?

È stato buffo perché siamo capitati in Armenia per questo laboratorio proprio quando c’era la Rivoluzione di Velluto. Nel 2018, anno in cui ci sono state le elezioni presidenziali in Armenia, ci fu una legge che cambiava i metodi di elezione del presidente, questo presidente filorusso che era lì da molto tempo. Gli armeni si sono dunque rivoltati, in quella che venne chiamata appunto Rivoluzione di Velluto perché ogni giorno scendevano tutti in strada, ma senza violenze: bambini, uomini, donne, vecchi… dalle otto di mattina fino alle otto di sera, oltre ai cortei, c’era un continuo suonare di clacson delle macchine. Era un continuo, una cosa assurda. E noi si provava questo spettacolo, Macchine, all’interno del teatro e da fuori si sentiva questo sottofondo assordante. Una cosa capitata proprio, come si dice in toscano, “a pipa di cocco”, al momento giusto. È stata una bellissima rivoluzione che ha cambiato molto – adesso, per esempio, c’è un presidente molto interessante, un giornalista – anche se le ultime notizie dall’Armenia sono abbastanza negative. Questa regione è di nuovo sotto assedio. È stata in ogni caso una bella esperienza, è stato bello anche solo portare il nome di Sebastiano in questa realtà.

Anche i ragazzi armeni che presero parte al progetto, però, hanno avuto la loro occasione di calarsi in una realtà differente: come nacque l’iniziativa dell’allestimento delle due date italiane?

Siamo stati noi a voler portare lo spettacolo in armeno anche in Italia. Anche a noi era piaciuto molto come lavoro e abbiamo pensato che sarebbe stato interessante portarlo in Italia, anche solo per far conoscere un po’ l’Armenia. La stessa lingua armena, per esempio, è una lingua molto sonora, molto bella da sentire, lodevole da ascoltare. Per cui noi, che lavoriamo anche come Fondazione Fabbrica Europa, che organizza ogni anno un festival internazionale a Firenze, trovandoci di fronte alla possibilità di selezionare e portare in scena uno spettacolo dall’esterno, abbiamo pensato di cogliere l’occasione per portare questo. Questa è stata l’occasione che ha permesso le due serate italiane. La prima è stata dunque a Firenze, ma da lì abbiamo poi cercato di ottenere altre date, per non fare solamente una data secca. Sfortunatamente abbiamo trovato solo Novara.

Come reagirono i ragazzi?

Loro ne furono assolutamente entusiasti. Avevano una gran voglia, anche perché provenivano tutti da un paese molto piccolo, che sarà grande quanto la Toscana. Loro sono sempre stati un popolo braccato, unici cristiani in mezzo a tutti musulmani, ma hanno sempre resistito. Non ne avevamo mai parlato, ma sono sicuro che a Sebastiano questo popolo sarebbe piaciuto molto. Hanno una grandissima venerazione per la scrittura: per esempio, c’è un bellissimo Museo del Libro ad 329 Erevan, la capitale. Sicuramente, vista questa richiesta di autori italiani da drammatizzare e da mettere in scena, era qualcosa che interessava molto. Lì abbiamo trovato – e spero ci sia tutt’ora, al di là della situazione politica attuale – una gran voglia di conoscere e scoprire, che senza dubbio permetteva un approcciarsi a livello attoriale e artistico in un modo più sincero rispetto a quello che purtroppo stiamo attraversando nella nostra contemporaneità in Italia. C’era proprio un crederci fino in fondo: hanno ancora qualcosa da dire, insomma, socialmente e politicamente. È chiaro quindi che loro fossero assolutamente entusiasti di questo lavoro. Hanno anche metodi di lavoro diversi, una cultura diversa.

La barriera linguistica è stata un problema?

Molti, devo dire, sono più bravi di noi italiani a imparare la lingua. Loro imparavano qualcosa in italiano, mentre io avevo a disposizione una traduttrice molto brava. Lavoravamo con un interprete: si parlava anche un po’ in inglese, ma l’interprete ci voleva. Per certe cose, per l’interpretazione, per l’intensità delle battute e così via… non conoscendo una lingua è un po’ difficile dare un’intonazione particolare o un’indicazione di recitazione. È un popolo davvero accogliente. Eravamo ospiti continuamente, non ci lasciavano un minuto, era quasi stancante. Nel complesso, davvero una bellissima esperienza. Abbiamo ancora amici là e ci sentiamo con il direttore del teatro. Speriamo che in futuro si possa ancora collaborare: forse ci vorrà un po’ di tempo, vista la situazione globale, ma speriamo.

Oltre alla lingua, lo spettacolo andato in scena in Armenia in che cosa si discostava dalle precedenti messe in scena?

La versione originale di Macchine era pensata per soli due attori – un attore e una danzatrice –, dove l’attore recitava praticamente tutto il testo. Con il laboratorio armeno, invece, essendoci più attori e più danzatori, avevamo adattato lo spettacolo a una messa in scena con sei attori, che – devo dire – funzionava molto meglio, anche come fluidità drammaturgica. Per questo, prima del lockdown avevamo persino in  piedi un progetto che intendeva riprendere la versione a sei elementi armena dello spettacolo del 2019 anche in italiano. Ma purtroppo ora, con questa situazione di lockdown, che ha bloccato il teatro in una maniera scandalosa, è tutto fermo.

Qual era il grado di coinvolgimento di Sebastiano Vassalli nel lavoro di adattamento e riduzione teatrale?

Sebastiano all’inizio è stato soltanto un’osservatore – era un po’ un orso in questo senso: diffidente – ma poi, pian piano, ha cominciato a prendere parte al processo. Da allora si è proprio lavorato insieme, anche nel processo di drammatizzazione dei racconti, soprattutto per il secondo spettacolo a cui abbiamo lavorato insieme, su Dino Campana. In questa occasione collaborò con noi anche Attilio Lolini, suo grande amico, con il quale aveva già drammatizzato per la radio con questo tipo di lavoro. E poi ovviamente anche con Supermaschio, per cui aveva scritto proprio il testo, aveva cioè drammatizzato in prima persona il romanzo di Jarry.

Leggendo il Supermaschio non si può fare a meno di notare una certa continuità sul fil rouge dell’uomo-macchina: i personaggi del chimico William Elson, inventore “Perpetual-Motion-Food” per trasformare gli uomini in macchine instancabili, e dell’ingegnere Arthur Gough, costruttore di automobili e di aeroplani che decide di intervenire sulla “macchina-Supermaschio” per costringerlo ad amare Ellen finendo per ucciderlo, rivelano diverse affinità tematiche con i racconti di La morte di Marx. È stata una consequenzialità voluta?

No, devo dire no, non c’è stato un collegamento tematico voluto, anche se effettivamente l’immagine della macchina ritorna. I temi di Vassalli, dopotutto, hanno sempre questo aggancio al rapporto dell’uomo con la follia, con la debolezza che è sempre in qualche modo invisa. La produzione del Supermaschio è nata autonomamente, nel 2013: tutto è partito da un articolo sul “Corriere della Sera”, in cui Vassalli invitava a rileggere il romanzo di Jarry, che all’epoca era anche sconosciuto ai più. Da quell’articolo ci venne l’idea di proporgli di adattare il testo e 331 di scriverci questo testo per il teatro. Accettò, e in cinque o sei giorni il testo completo era pronto. Fu velocissimo. Non c’è stato però una consequenzialità, quello era comunque il testo di Jarry, lui ne ha semplicemente fatto la riduzione teatrale.

 

Intervista di Valentina Baraldi
in occasione della tesi magistrale Sebastiano Vassalli autore di racconti: analisi dei casi editoriali, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Facoltà di Lettere e filosofia, relatore Roberto Cicala, a.a. 2020-2021.


(in "Editoria & Letteratura", editoria.letteratura.it).