«Il modo migliore per demolire un feticcio è farlo conoscere. Uno non deve bruciare il Mein Kampf, deve bruciare le idee che ci sono dentro», Luca Zuccoli e Vito Rescina del “Giornale”.

Sono passati settantadue anni da quando è stata vietata la ripubblicazione e la circolazione del Mein Kampf di Adolf Hitler, più di novanta da quando ne fu mandata in stampa la prima copia,[1] ma nonostante il veto e l’aurea di tabù che si porta appresso, l’interesse per il Mein Kampf non è mai venuto meno: ostracizzato dal mondo editoriale e dalla società europea, è riemerso negli ambienti oscuri della stampa estremista e dei movimenti radicali di destra, diventando un long seller nei Paesi islamici[2] e raggiungendo i banchi delle librerie di mezzo mondo.

Solo in Italia, tra il 1945 e il 2015, è stato ripubblicato almeno una dozzina di volte, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di anastatiche. E nel 2016, allo scadere dei diritti d’autore, il Mein Kampf è tornato alla ribalta, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica italiana ed europea. “Il Giornale” ha distribuito in edicola una ristampa dell’edizione Bompiani del 1937, scatenando un acceso dibattito in piena campagna elettorale per le comunali delle principali città italiane.[3] In Germania la prima ripubblicazione dalla Seconda guerra mondiale, ad opera del prestigioso Institut für Zeitgeschichte di Monaco,[4] ha venduto 85 mila copie in appena un anno.[5]

 

Genesi e prima pubblicazione in Italia

La copertina della prima edizione tedesca del Mein Kampf di Adolf Hitler.

Negli anni trenta in Germania gli studenti leggevano antologie dell’opera capitale di Hitler in classe; inoltre il volume era dato in regalo a tutte le coppie di novelli sposi, a chi raggiungeva il pensionamento o avanzava di carriera. La distribuzione del Mein Kampf divenne così capillare che nel 1933, anno di ascesa al potere del suo autore, se ne vendettero un milione di copie.

La genesi del libro avvenne nel carcere di Landsberg am Lech, dove Hitler era stato confinato assieme ai suoi commilitoni per il fallito Putsch del 9 novembre 1924. Nell’anno che passò in carcere, l’unico che scontò dei cinque a cui era stato condannato, dettò il contenuto del Mein Kampf a Emil Maurice e Rudolf Hess, suoi compagni di cella. Una delle figure più importanti in questa fase fu sicuramente Max Amann, [6] l’editore che pubblicò il libro. Nel 1920 Amann rilevò la Franz Eher Nachfolger Verlag, una casa editrice fondata all’inizio del secolo, e la rese il centro nevralgico della propaganda nazista, pubblicando le brochure e i pamphlet con il programma del partito, nonché il “Völkischer Beobachter”. Il Mein Kampf uscì in due volumi tra il 1925 e il 1926: il primo, un’arringa politica inframezzata da episodi autobiografici, era intitolato Eine Abrechnung (Un bilancio), mentre il secondo, Die nationalsozialistiche Bewegung (Il movimento nazionalsocialista), era dedicato all’ideologia del nazismo.

L’ascesa di Hitler al cancellierato contribuì non poco alla fama del suo libro: il Mein Kampf divenne presto uno dei libri più venduti del Novecento, raggiungendo nel 1945 i dodici milioni di copie[7] nella sola Germania. Tra il 1925 e il 1945 la «Bibbia del nazismo» venne tradotta in diciassette lingue e pubblicata in oltre venti Paesi nel mondo.[8]

La copertina della prima edizione italiana di Bompiani, 1934.

La prima edizione italiana di La mia battaglia apparve nel marzo 1934, al numero ventitré della collana “Libri scelti per servire al panorama del nostro tempo” della casa editrice di Valentino Bompiani. L’anno prima il regime fascista si era guadagnato i diritti di traduzione e li aveva ceduti alla casa editrice milanese. Secondo la ricostruzione di Giorgio Fabre, i tedeschi usarono la compravendita dei diritti sull’opera per chiedere a Mussolini un finanziamento in vista delle elezioni del marzo 1933, azione che portò il Duce ad inviare a Monaco 250 mila lire.

La mia battaglia arrivò nelle librerie italiane il 15 marzo del 1934, dopo che Bompiani decise di mandare in stampa una versione abbreviata dell’opera tedesca, ritenuta troppo lunga e indigesta per un pubblico straniero: avendo ricevuto il permesso da Monaco, l’editore scelse di pubblicare solo la seconda parte del libro, Die nationalsozialistische Bewegung, in cui venivano esposti la dottrina e il programma del nazionalsocialismo, più un riassunto della prima parte. Il libro era composto da 430 pagine in tutto, l’edizione cartonata era venduta a sedici lire e sulla sovraccoperta erano rappresentate una serie di bandiere rosse con il vessillo nazista, la croce uncinata, e il tricolore. In segno di favore, il Führer concesse all’edizione italiana una prefazione inedita.

Misteriosa quanto affascinante la storia del traduttore del Mein Kampf. A motivo della discendenza ebraica, il suo nome non comparve sulla prima edizione, uscita nella primavera del 1934 e del suo coinvolgimento si venne a sapere solo negli anni settanta, quando Valentino Bompiani ne parlò nella sua autobiografia.[9]

Angelo Treves nacque a Vercelli nel 1873 e si trasferì a Milano nel settembre del 1917. Nel capoluogo lombardo lavorò per diversi editori milanesi, traducendo circa sessanta opere, tra romanzi e opere di saggistica, dal tedesco e dallo yiddish: tradusse Nietzsche per Giuseppe Monanni e L’uomo e la macchina di Oswald Spengler per Corbaccio nel 1931, sua anche la traduzione delle opere di Essed Bey, scrittore azero di origini ebraiche convertitosi all’Islam. Con Bompiani collaborò a partire dal 1935, quando tradusse Il diluvio di Shalem Asch. Il suo nome compare inserito nel censimento della popolazione ebraica di Milano del 1938, ma è la moglie, Gisella Pugliese, ad apparire come capofamiglia, e non lui. Nel censimento a stampa del 1942 non vi è traccia di nessuno dei due e nell’elenco del 1944 la figlia Wanda viene segnata come del «fu Angelo», per cui si presuppone che a quella data Treves dovesse essere deceduto.[10] Sulla sua vita privata o lavorativa non è stato possibile reperire notizie ulteriori: qualsiasi tentativo in questo senso è risultato condurre a un vicolo cieco. Il nodo centrale, però, rimane: il manifesto internazionale dell’antisemitismo venne tradotto in Italia da un ebreo. E questo forse spiega la damnatio memoriae subita da Treves.

 

1968-1977, il Mein Kampf all’epoca delle contestazioni giovanili

Dopo l’8 settembre Bompiani non ritenne più opportuno dare alle stampe l’opera di Adolf Hitler. Nel dopoguerra l’editore fece di rado cenno alla sua edizione del Mein Kampf: Nel 1949 la menzionò in una lettera inviata a Curzio Malaparte[11] e solo nel 1972 ne tornò a parlare nell’autobiografia Via privata. Nel frattempo la Germania aveva perso la guerra, Hitler si era suicidato nel suo bunker a Berlino e gli Alleati avevano preso possesso del Paese. Per l’Europa e per l’Italia si apriva una nuova stagione politica che aveva come primo compito quello di cancellare le colpe del passato e distanziarsi il più possibile dall’eredità fascista degli anni trenta.

Il libro maledetto del nazismo venne dichiarato fuori legge e condannato alla clandestinità. La Baviera, il Land tedesco che ne deteneva il copyright sotto l’egida degli Stati Uniti, fece di tutto per vietarne la circolazione, la ristampa e la consultazione.[12] Nonostante questo, il libro venne ripubblicato in diversi paesi e nel corso degli ultimi settant’anni Monaco ha fatto fatica a far valere i suoi diritti al di fuori della Germania.[13]

La circolazione dell’opera in Italia, seppure in ambiti circoscritti e al di fuori della consueta distribuzione, ebbe un impulso a partire dalla fine degli anni sessanta con l’insorgere dei gruppi extraparlamentari di estrema destra e sinistra. In questi anni il Mein Kampf viene identificato sempre di più con la seconda parte, il volume dedicato al movimento nazionalsocialista e alla sua ideologia. La parte autobiografica ha avuto una fortuna a sé stante, ricomparendo, almeno in Italia, in alcune edizioni separate.

Se dovessimo costruire uno stemma delle edizioni di questo periodo, dovremmo tracciare due rami: al primo appartengono una serie di edizioni anastatiche che ripropongono in modo fedele la traduzione di Treves, la versione di Sentinella d’Italia[14] ne è un esempio; al secondo invece si rifanno una serie di edizioni particolari. Questa “famiglia”, che vede il suo archetipo nell’edizione Pegaso, uscita a Bologna nel 1970,[15] presenta un testo completamente diverso da quello “canonico”, ma la mancanza di note editoriali riguardanti l’identità del traduttore rendono impossibile scoprirne l’origine. Senza riferimenti non è possibile affermare con certezza se si tratti di una traduzione ex novo dal tedesco piuttosto che di un adattamento della lingua degli anni trenta.

 

Negazionismo ed erotismo, le due facce del Mein Kampf

La copertina dell’edizione Sentinella d’Italia, Monfalcone 1968.

La prima riedizione attestata del libro è datata 1968 e porta la firma della casa editrice di Antonio Guerin,[16] Sentinella d’Italia, con sede a Monfalcone, in provincia di Gorizia. Negli stessi anni la casa editrice pubblica anche l’omonimo mensile, quasi sempre a rischio sequestro, che si contraddistingue per la sua carica neofascista ed anticomunista.

Il progetto editoriale è affidato a Giovanni Donaudi, a cui si devono anche le sferzanti parole della prefazione al testo. Sposando le tesi negazioniste sull’Olocausto, Donaudi esalta la figura di Hitler e il suo martirio «nel rogo del bunker di Berlino». Il tentativo di negare la verità dei campi di concentramento, i riferimenti ai «Calvari di Piazzale Loreto» e ai meriti del Führer dimostrano come il libro sia stato pensato non tanto per il grande pubblico, quanto per la cerchia di fedeli abbonati a “Sentinella d’Italia”, nostalgici del Ventennio e fautori del neofascismo italiano degli anni sessanta.

Nel 1970 a Bologna vede la luce una seconda edizione del Mein Kampf la cui collocazione ideologica, a distanza di quasi cinquant’anni, non è facilmente rintracciabile. La caratteristica principale di questo libro è la presenza di una traduzione completamente diversa da quella di Treves, considerata forse troppo ammiccante nei confronti del regime fascista.

La copertina dell’edizione Pegaso, Bologna 1970.

Assieme al corpo testuale, anche il paratesto editoriale e la grafica di copertina sono stati saccheggiati da editori successivi: si può affermare dunque che Pegaso è il capostipite di questa famiglia di edizioni, che, discostandosi dalla tradizione, si richiamano tra di loro. In particolare la frase di condanna degli orrori che scaturirono dal nazionalsocialismo[17] ritorna con varianti più o meno simili nelle versioni di La Bussola, Homerus, sui libri stampati a Cologno Monzese dalla tipografia Industrie grafiche Campironi e sulle versioni degli anni novanta, La Lucciola e Il Lumino.

Da Bologna il Mein Kampf arriva a Roma, dove in questi anni vedono la luce due edizioni quasi gemelle. Entrambe le case editrici infatti, La Bussola e Homerus edizioni, hanno la propria sede legale in via Barletta 17, le prefazioni coincidono e sembrano uscite da un’officina intellettuale di sinistra.[18] Dell’edizione La Bussola non vengono forniti dati anagrafici, in particolare per quanto riguarda l’anno di pubblicazione, rendendo impossibile ad una prima analisi fornire ulteriori dettagli. Se si dovesse però stabilire un terminus ante quem della pubblicazione, in definitiva andrebbe scelto il 1971, anno in cui Homerus, la casa editrice che si suppone abbia rilevato la sede di via Barletta, diede alle stampe la sua edizione, quasi un’anastatica di quella precedente, a cui fu prontamente cambiata la copertina. Il terminus post quem, invece, andrebbe fissato al 1970, anno di pubblicazione del Mein Kampf di Pegaso, la cui traduzione viene usata sia dall’editore della Bussola sia da quello di Homerus.

La copertina dell’edizione Homerus, Roma 1971.

Per quanto riguarda il Mein Kampf di Homerus, esso risulta essere il punto di congiunzione tra le pubblicazioni finora descritte. La sede legale, come è già stato scritto, infatti, è la medesima della casa editrice La Bussola, che deve essere stata rilevata dal nuovo editore, il quale si è trovato tra le mani copie invendute del libro di Hitler da smerciare sul mercato.

Homerus edizioni fu attiva per poco tempo, dal 1971 al 1972, ed era specializzata in romanzi erotici e saggi sulla sessualità. Il Mein Kampf uscì come supplemento al primo numero del periodico “Homerus Salomon Zweitag presenta ‘Le sue gemelle’”:[19] più che un periodico “Le sue gemelle” era una serie di romanzetti a sfondo pornografico, i quali venivano spediti tramite abbonamento postale. La particolare collocazione del Mein Kampf in un catalogo che si fregiava di titoli quali Di gemelle si muore, Non c’è due senza quattro e La gatta e il lardo, non sembra aver influito sulla popolarità del volume; nello stesso anno, infatti, ne è stata pubblicata una seconda ristampa con accluso il volantino che dichiarava respinta dal Tribunale di Bologna l’istanza di sequestro mossa dalla Baviera.

La casa editrice deve il suo nome a Homerus Salomon Zweitag, pseudonimo del giornalista e scrittore Franco Valobra, che pubblicò anche con l’editore Dellavalle di Torino negli anni Sessanta. Il suo nome ritorna tra gli sceneggiatori del film Il piacere, del 1985, e tra i redattori della pagina culturale di “Playmen”, la rivista patinata per adulti che rappresentò per oltre trent’anni l’alternativa italiana a “Playboy”. Tra i collaboratori di “Playmen” e Homerus edizioni ritorna il nome di Enrico de Boccard, figura ambigua che potrebbe forse svelare i punti rimasti oscuri della vicenda del Mein Kampf di Homerus. Guardia nazionale repubblicana di Salò, nel dopoguerra militò nei Fasci di Azione Rivoluzionaria; fu promotore del concetto di “terrorismo preventivo” in chiave anticomunista e collaborò in modo stabile sia con l’editore Dellavalle e sia con “Playmen”, per cui pubblicò nel febbraio del 1970 un’intervista al filosofo Julius Evola.[20]

 

Libri senza editori

Molto spesso la ricerca di informazioni sugli editori del Mein Kampf ha condotto ad un vicolo cieco. Le case editrici, almeno in due casi registrati, hanno avuto vita giusto il tempo per pubblicare questo particolare volume. In alcune occasioni le note editoriali scompaiono completamente, e il nome della tipografia è l’unico indizio utile, come nel caso del libro stampato nel 1975 dalle Industrie Grafiche Campironi, con sede a Cologno Monzese.

Anche in questo caso il testo è quello approntato da Pegaso, sebbene un confronto più attento abbia messo in luce come alcuni paragrafi, in particolare dei capitoli I, II, VII, XV, siano stati invertiti. All’apparenza non c’è alcuna ragione logica che spieghi questa scelta, forse una motivazione ideologica, che va a scapito del lettore, il quale si trova disorientato fin dalle prime righe.

A inizio anni novanta, il Mein Kampf torna sulle rotative, prima per la casa editrice La Lucciola, di Varese, e in seguito per Il Lumino. Nessuna delle due presenta un catalogo e l’unico titolo pubblicato è propria il saggio hitleriano. Entrambe hanno una copertina rossa e una svastica nera su sfondo bianco che campeggia in prima. Per il titolo e il nome dell’autore è stato scelto un carattere gotico e sulla quarta di copertina dell’edizione del Lumino è presente un ritratto di Hitler con la scritta «Ein Volk, ein Reich, ein Führer»[21].

 

Il Mein Kampf nel nuovo millennio

All’inizio degli anni duemila vengono pubblicate una mezza dozzina di edizioni del Mein Kampf, per la maggior parte si tratta di ristampe anastatiche della versione Bompiani, ma ci sono anche alcune vistose eccezioni che si distaccano dalle precedenti.

La copertina dell’edizione curata da Giorgio Galli per Kaos, Milano 2002.

Il volume curato da Giorgio Galli[22] nel 2002 per Kaos edizioni ha suscitato molto scalpore, anche perché è stata pubblicato senza il diretto consenso della Baviera, il quale è intervenuta per chiederne il ritiro. L’obiettivo di questa edizione era, nella mente del curatore, quello di fornire finalmente ai lettori «il testo integrale del Mein Kampf di Adolf Hitler»,[23] riunendo le due parti in un unico volume con note a piè di pagina e commento critico introduttivo.

Delle 560 pagine che compongono il volume, le prime 70 sono occupate dall’introduzione che offre una chiave di lettura del «libro tabù dell’Occidente», sostenuta da citazioni di diversi storici e pensatori, tra cui Ian Kershaw e Primo Levi.[24]

La prima edizione risale all’ottobre del 2002 e contiene l’integrale del Mein Kampf; a seguito dell’intervento della Germania[25] relativo all’interdizione vigente di pubblicare l’opera, l’editore ha dato alle stampe una nuova edizione, pubblicata a Milano nel 2006, da cui sono state eliminate decine di pagine perlopiù prive di interesse storiografico, oppure semplicemente ripetitive. Una terza edizione è stata pubblicata nel 2016.

 

Italia e Germania: il 2016 a confronto

Il 31 dicembre 2015 sono scaduti i diritti sul libro di Adolf Hitler e con l’entrata dell’opera nel pubblico dominio, per la prima volta in Germania si è posto il problema della sua ripubblicazione.

La copertina del primo volume dell’edizione del Mein Kampf curato dall’Institut für Zeitgeschichte di Monaco, Monaco-Berlino 2016.

Nel 2009 l’Institut für Zeitgeschichte (IfZ) di Monaco ha formato un team di storici ed esperti sul nazismo con il fine di pubblicare una versione critica e commentata del Mein Kampf. Nel 2012 le autorità della Baviera hanno approvato il progetto di ripubblicazione con un investimento di 500 mila euro.[26] A dirigere i lavori è stato chiamato Christian Hartmann, che collabora con l’IfZ dal 1993, e con lui hanno partecipato alla realizzazione dei due tomi gli storici Thomas Vordermayer, Othmar Plöckinger e Roman Töppel. Nel 2013, però, il presidente del Land tedesco Horst Seehofer ha bloccato la stampa del libro, costringendo l’IfZ ad aspettare fino allo scadere del copyright.[27]

All’inizio del 2016 il Mein Kampf è stato così ripubblicato in Germania per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale.[28] La tiratura iniziale, di 4 mila copie, è andata esaurita già il primo giorno di vendite, l’8 gennaio, e in appena un anno l’Istituto ha dichiarato di aver venduto circa 85 mila copie del libro, arrivando alla sesta ristampa a gennaio 2017.[29]

Nonostante la mole e il prezzo, 1948 pagine, circa 3500 note, vendute a 59 euro, la nuova edizione del Mein Kampf ha suscitato un interesse molto forte nel Paese: il libro curato dall’IfZ è stato per settimane in cima alla classifica dei best seller di “Der Spiegel”[30] e nel novembre del 2016 ha vinto il premio della fondazione Leibniz-Gemeinschat, “Gesellschaft braucht Wissenschaft”.

Anche in Italia si è riproposto il problema di come e se stampare nuovamente la «Bibbia del nazismo». A partire dalla fine del 2015 l’opinione pubblica del Paese e diversi giornali hanno iniziato a esprimersi in merito a una nuova uscita e il 2016 ha visto una doppia pubblicazione in italiano di questa opera: da un lato la casa editrice di estrema destra Thule ha dato alle stampe una nuova traduzione di entrambi i volumi che compongono l’opera, inserendoli nella collana “Percorsi della Weltanschauung”, dall’altro il quotidiano di Paolo Berlusconi, “il Giornale”, ha scandalizzato l’opinione pubblica distribuendo il Mein Kampf in edicola.

La casa editrice Thule è nata nel 2007 da una costola dell’Associazione culturale Thule Italia con lo scopo di tradurre testi non ancora disponibili nel panorama editoriale italiano: si tratta ovviamente di testi di nicchia, come La fortezza di Heinrich Himmler, gli scritti di Joseph Goebbels, Drexler, Eckart nonché, da ultimo, il Mein Kampf di Adolf Hitler. I due volumi sono usciti tra febbraio e maggio del 2016. La traduzione è stata affidata a Marco Linguardo e Monica Mainardi, che si sono basati sull’originale tedesco.

La copertina dell’edizione stampata dal quotidiano “Il Giornale”, Milano 2016.

Per quanto riguarda l’edizione allegata al “Giornale”, invece, si tratta di un’anastatica della terza ristampa di Bompiani del 1937: il testo è stato riprodotto nella sua interezza, dal frontespizio all’indice finale. L’editore si è avvalso di questa edizione e non della prima perché era l’unica trovata in buono stato. Il libro è stato dato in omaggio con il primo volume dedicato alla storia del regime nazista, Hitler e il Terzo Reich di William Shirer, uscito l’11 giugno 2016 e venduto a 11,90 euro più il prezzo del quotidiano. Per la prima tiratura “il Giornale” ha mandato in stampa 60 mila copie, che in meno di un giorno sono andate esaurite. La seconda ristampa del libro è stata di 30 mila copie, per un totale di 90 mila in appena tre settimane.[31]

Anche nel 2017 il Mein Kampf torna a far notizie. A metà aprile “la Repubblica”[32] ha annunciato la pubblicazione della prima edizione critica autorizzata italiana, curata da un team di esperti dell’associazione Free Ebrei. La casa editrice, nata come centro culturale, è stata fondata nella primavera del 2012 da Vincenzo Pinto, storico del sionismo e dell’antisemitismo nonché curatore del libro. Il Mein Kampf,[33] pubblicato in due volumi, inaugura la collana “Documenti”, ed è venduto on line in formato ebook e cartaceo in print on demand. L’edizione riprende quella tedesca dell’IfZ con un glossario di termini notevoli e una sinossi introduttiva dei singoli capitoli. La traduzione integrale è stata curata da Pinto stesso e dalla germanista Alessandra Cambatzu, scomparsa recentemente.

 

Per concludere

Vietare il Mein Kampf non ha cancellato l’Olocausto, non ha eliminato le responsabilità della civiltà in cui il nazismo è fiorito, ma ha solo rimandato il senso di colpa collettivo, rendendo tossico il dibattito ogni volta che l’argomento si è ripresentato.

Per questo ritengo che oggi Hitler e il Mein Kampf debbano essere affrontati attraverso un’analisi tanto più culturalmente efficace quanto più rigorosamente priva di semplificazioni e tabù. Da un punto di vista editoriale questa è la questione più urgente: quella che ogni futuro editore del Mein Kampf, che non abbia nostalgia del Terzo Reich, deve porsi.

 

Estratto da: Francesca Capitelli, Storia delle edizioni italiane del «Mein Kampf» di Adolf Hitler, tesi di laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 2015-2016, relatore Chiar.mo prof. Roberto Cicala.

 

[1] Adolf Hitler, Mein Kampf, Franz Eher Nachfolger Verlag, Monaco 1925.

[2] Cfr. Domenico Quirico, Il Mein Kampf: quel “libraccio” bestseller da sempre nel mondo islamico, Origami, 23 dicembre 2015, p. 2.

[3] Adolf Hitler, Mein Kampf, a cura di Francesco Perfetti, il Giornale, Milano 2016.

[4] Id., Mein Kampf: Eine kritische Edition, a cura di C. Hartmann, O. Plöckinger, R. Töppel, Institut für Zeitgeschichte, Monaco-Berlino 2016.

[5] Cfr. “Mein Kampf” ist ein Verkaufsschlager wider Willen, in “Die Welt”, 4 gennaio 2017 <https://www.welt. de/regionales/bayern/article160814976/Mein-Kampf-ist-ein-Verkaufsschlager-wider-Willen.htm> (ultima consultazione 6 gennaio 2017).

[6] Cfr. Antoine Vitkine, Mein Kampf. Storia di un libro, Cairo editore, Milano 2010, p. 26.

[7] Cfr. Oron James Hale, Adolf Hitler taxpayer, in “The American Historical Review”, 1955.

[8] Cfr. Adolf Hitler, Mein Kampf: Eine kritische Edition, II volume, pp. 1761-1762.

[9] Cfr. Valentino Bompiani, Via privata, Mondadori, Milano 1972, p. 58.

[10] Cfr. Archivio del Centro di cultura ebraica contemporanea (Cdec), Censimenti della Comunità ebraica di Milano, 1938, b. 3, f. 16, p. 40, Cdec, Censimenti della Comunità ebraica di Milano, 1942, b. 4, f. 17.

[11] Cfr. Caro Bompiani. Lettere con l’editore, a cura di Gabriella D’Ina e Giuseppe Zaccaria, Bompiani, Milano 1988, pp. 428-429.

[12] Cfr. Antoine Vitkine, Mein Kampf. Storia di un libro, pp. 186-195.

[13] Cfr. Simone Berni, A caccia di libri proibiti. Libri censurati libri perseguitati, la storia scritta da mani invisibili, Simple, Macerata 2005, p. 36.

[14] Adolf Hitler, La mia battaglia, Sentinella d’Italia, Monfalcone 1968.

[15] Id., Mein Kampf (la mia battaglia), Pegaso, Bologna 1970.

[16] Cfr. Adriano Rebecchi, Addio a Guerin, Sentinella d’Italia, 6 gennaio 2009 <http://antonioguerin. blogspot.it/> (ultima consultazione 12 novembre 2016).

[17] «Questo libro viene ripubblicato oggi affinché l’uomo rifletta, giudichi e non dimentichi gli orrori che da esso scaturirono»; cfr. Id., Mein Kampf (la mia battaglia), Pegaso, Bologna 1970.

[18] Id., Mein Kampf (la mia battaglia), La Bussola, Roma, pp. 3-4.

[19] Id., Mein Kampf (la mia battaglia), Homerus, Roma 1971.

[20] Cfr. <http://www.imdb.com/name/nm0885309/> (ultima consultazione 14 dicembre 2016); cfr. Evola? Né eccentrico, né “guru” de Turris racconta gli incontri con il filosofo, “Secolo d’Italia”, 22 febbraio 2015 <http://www.secoloditalia.it/2015/01/de-turris-racconta-gli-incontri-evola/> (ultima consultazione 15 dicembre 2016): Editoria: Addio a Tattilo, con “Playmen” fece concorrenza a “Playboy”, “Adnkronos”, 2 febbraio 2007 <http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/ 2007/02/02/Cronaca/EDITORIA-ADDIO-A-TATTILO-CON-PLAYMEN-FECE-CONCORRENZA-A-PLAYBOYADNKRONOS-3_133442.php> (ultima consultazione 14 dicembre 2016).

[21] «Un popolo, un Reich, un Führer», uno degli slogan politici più ripetuti da Hitler.

[22] Giorgio Galli è politologo e docente universitario, insegna Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano dagli anni settanta; ha curato diverse pubblicazioni sulla storia del Novecento, italiano ed europeo.

[23] Id., Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler. Le radici della barbarie nazista, a cura di Giorgio Galli, Kaos, Milano 2002, quarta di copertina.

[24] Ibi, p. 48-56.

[25] Cfr. Antoine Vitkine, Mein Kampf. Storia di un libro, p. 261.

[26] “Mein Kampf”: Bavaria plans first German publication since WWII, in “BBC”, 25 aprile 2012, <http://www.bbc.com/news/world-europe-17837325> (ultima consultazione 9 gennaio 2017).

[27] Philip Oltermann, Bavarian U-turn over academic reprint of Hitler’s “Mein Kampf” blurs ethic, in “The Guardian”, 18 dicembre 2013    <https://www.theguardian.com/books/2013/dec/18/hitler-mein-kampf-reprint-ban> (ultima consultazione 9 gennaio 2017).

[28] Adolf Hitler, Mein Kampf: Eine kritische Edition, a cura di C. Hartmann, O. Plöckinger, R. Töppel, Institut für Zeitgeschichte, Monaco-Berlino 2016.

[29] “Mein Kampf” ist ein Verkaufsschlager wider Willen, in “Die Welt”, 4 gennaio 2017 <https://www.welt.de/regionales/bayern/article160814976/Mein-Kampf-ist-ein-Verkaufsschlager-wider-Willen.html> (ultima consultazione 6 gennaio 2017).

[30] Nils Minkmar, Eines kleines Licht, eigentlich, in “Der Spiegel”, 7 maggio 2016 <https://magazin.spiegel.de/SP/2016/19/144654426/index.html> (ultima consultazione 6 gennaio 2017).

[31] I dati sono stati forniti dai direttori responsabili della campagna editoriale e marketing.

[32] Angelo Bolaffi, Il “Mein Kampf” in italiano, un’edizione anti fake-news, “la Repubblica”, 19 aprile 2017, p. 29.

[33] Adolf Hitler, La mia battaglia, a cura di V. Pinto, Free Ebrei, Torino 2017.


(in "Editoria & Letteratura", editoria.letteratura.it).

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