Il romanzo più celebre dello scrittore pavese, scomparso nel 2022, divenne un film di Dino Risi con Marcello Mastroianni e Romy Schneider. Una scheda e l’ultima intervista, inedita, a Milano Milani

Mino Milani

Mino Milani in una fotografia di Marta Lacchini

Classe 1928, Guglielmo Milani – conosciuto da tutti col diminutivo Mino – diventa scrittore di successo a partire dal 1953, grazie alla sua ventennale collaborazione con il “Corriere dei Piccoli”. Tra le sue opere migliori per bambini e ragazzi: il ciclo di romanzi a fumetti Tommy River (1972-1974), Le avventure di Martin Cooper: Il paese delle grandi orme – In fondo al pozzo (1968) e Efrem, soldato di ventura (1973). Per la sua vasta attività letteraria, Milani alterna una serie di pseudonimi: Stelio Martelli, Eugenio Ventura, Piero Selva, Mungo Graham Alcesti, T. Maggio. All’età di 50 anni, dopo l’esperienza al “Corriere della Sera” e dopo la breve parentesi come direttore della “Provincia pavese”, Milani scrive Fantasma d’amore, il suo primo vero romanzo per adulti.
La trama è incentrata su una storia quasi parapsicologica, d’amore e di incubo, ambientata a Pavia tra la fine d’ottobre e il 29 novembre del 1975. Ha come protagonisti Nino Monti, uno stimato commercialista di mezza età, e Anna Brigatti, una vecchia donna logora, avvizzita dalla malattia, che si rivela essere il suo grande amore giovanile. Le loro vicende si intrecciano in un vortice sempre più allucinante e terrificante, fino al tragico epilogo sulle sponde del Ticino. Con Fantasma d’amore, Milani approda verso un diverso genere letterario: scrive di personaggi e situazioni presi un po’ dal vero della sua vita e un po’ dalla sua immaginazione. Completa la prima stesura in soli 4 mesi e oggi è possibile visionare il dattiloscritto originale presso il Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia. Agli inizi del 1976 il romanzo è nelle mani della casa editrice Mondadori, complice soprattutto l’amicizia con l’allora direttore Alcide Paolini, che vuole ardentemente pubblicare la nuova fatica di Milani.

Cover Fantasma d'amore

Fantasma d’amore, edizione Mondadori, 1977.

Fantasma d'amore

Fantasma d’amore, edizione Rizzoli, 1990.

Come testimoniano le carte presenti presso l’Archivio storico della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, inizialmente il titolo era Fino al fiume. Quando, però, il libro viene pubblicato nel maggio del 1977 nella collana “Omnibus”, il titolo scelto è Fantasma d’amore, voluto da Paolini stesso. Vengono stampate più di 14 mila copie al prezzo di 5.000 lire l’una e il libro si presenta con una copertina rigida cartonata di colore rosso, dotato di sovraccoperta con alette, plastificata lucida, la cui immagine è realizzata da Ferenc Pintér.

A questa prima edizione, ne seguono negli anni altre quattro: quella del 1978 edita da Edizione Euroclub Italia, anch’essa in copertina rigida; quella realizzata in edizione economica dalla Biblioteca universale Rizzoli per la collezione “Superbur” nel 1990; quella stampata nel 2001 dall’editore Guardamagna, con la prefazione di Angelo Stella e oggi fuori catalogo; infine quella pubblicata dall’editore Barion nel 2013, nella collezione “Mediterranea”, con una postfazione di Beppe Benvenuto.

Locandina film Fantasma d'amore

Locandina del film Fantasma d’amore di Dino Risi.

Il libro riscuote fin da subito un entusiastico successo, tanto che la critica lo consacra immediatamente a best seller. Ciò porta il romanzo a essere preso in considerazione per una trasposizione cinematografica fin dall’agosto del 1977: ha così sviluppo il lungometraggio diretto dal padre della commedia all’italiana, Dino Risi, che si approccia a un diverso cinema, quello di tipo thriller-psicologico. La sceneggiatura è di Bernardino Zapponi, la fotografia di Tonino Delli Colli e la colonna sonora di Riz Ortolani, poi eseguita al clarinetto dal re dello swing, Benny Goodman. La produzione è italo-franco-tedesca ed è seguita da Pio Angeletti e Adriano De Micheli per International Dean Film, AMLF e Roxy Film. Il cast è composto da nomi di alto calibro, quali Marcello Mastroianni e Romy Schneider. Malgrado ciò, la pellicola, uscita nelle sale italiane nella primavera del 1981, non riscuote il successo sperato, dividendo a metà la critica tra amatori del genere e insoddisfatti per un lavoro mediocre. Tuttavia, si può affermare che il romanzo Fantasma d’amore rimane un fiore all’occhiello nell’attività narrativa di Milani. Con la sua scrittura delicata e schietta, con il suo stile personalissimo ed inconfondibile, egli ha tutte le carte per entrare di diritto nella schiera dei grandi autori della nostra contemporaneità, per essere letto e apprezzato non più solo come scrittore di genere, ma come autore a tutto tondo.

Giulia Ottoni

 

L’ultima intervista a Mino Milani

Nella mattinata del 26 febbraio 2021 ho incontrato il dottor Mino Milani, famoso scrittore nato il 3 febbraio 1928 a Pavia, nella sua casa in piazza San Pietro in Ciel d’oro in relazione al caso editoriale del suo libro forse più celebre, Fantasma d’amore.

Come nasce per Lei un romanzo? E come è nato Fantasma d’amore?
Nasce naturalmente da un’idea. L’idea era “scaturita”, diciamo questa parolaccia, dal testo del romanzo. In quel momento si trattava di scrivere un libro e allora ho pensato a quale libro volessi fare. Mi è venuta l’idea di un libro realista e ho detto «Sì, un libro realista va bene, ma fino a che punto realista? Un libro realista in pieno?». Non mi piaceva l’idea di un libro realista in pieno, io avevo scritto libri realisti in pieno soprattutto nel genere dell’avventura, ma l’avventura è un’altra cosa. L’avventura nasce spessissimo – se non quasi sempre – da un romanzo fantastico, cioè immaginato, ma l’avventura ha bisogno di avere qualche cosa di concreto, mentre qui mi ritengo libero di fare quello che voglio. E allora ho fatto una storia d’amore, di cui il titolo me lo diede un caro amico, Alcide Paolini, che era il direttore della Mondadori e un bravo scrittore.

E quindi è anche per questo che Fantasma d’amore viene pubblicato da Mondadori?
Naturale. A lui piaceva molto ed è stato lui che ha immaginato il titolo. Mi ha detto di lasciare dentro la parola “fantasma”, che era bella. E io gli ho risposto di fare quello che voleva, che l’editore era lui, non ero io, io l’ho solo scritto.

Lei ha dato la trama all’editore?
No, io ho dato il libro già completo. E non era ancora ultimata la stesura, ma era quello il libro. E lui mi ha detto che il libro era bello e che «è quello che ci vuole per me, alla Mondadori non l’abbiamo ancora. Dammelo, dammelo». E io «te lo do, te lo do» (ride). E gliel’ho dato e lui era tutto contento e gli è venuto in mente di questo personaggio che sarà vero, non sarà vero, muore due volte, muore tre, muore quattro e una cosa e un’altra, e allora è venuto fuori l’idea di chiamarlo “fantasma”, che c’è e non c’è, insomma, perché il personaggio c’è e non c’è, può essere un’immaginazione e lì è nato Fantasma d’amore.

È stato quindi il Suo primo romanzo?
Il mio primo romanzo adulto. Io avevo scritto molte cose, magari molto più buone di quella, per giovani. Avevo scritto delle cose molte belle. “Corriere dei piccoli”, “Corriere dei ragazzi” e poi anche soltanto libri. Ho scritto delle cose buone, più buone di quelle, tranne che l’Italia è un paese molto strano, dove non capita mai che un libro per ragazzi, come in Inghilterra, sia il primo di qualche cosa, perché da noi la letteratura per ragazzi è marcata male. È un difetto che non c’è niente da fare.

Anche perché i ragazzi leggono molto poco.
Questo è vero. E poi soprattutto perché questa etichetta della letteratura che segue “per qualcuno” non va bene. “Per ragionieri”: no, non va bene, deve essere per tutti. Non deve essere “per ragazzi”, deve essere per tutti. Noi non siamo poi abituati ad accettare una letteratura per tutti. È uno dei motivi per cui, per esempio, in Inghilterra alcuni libri che vengono pubblicati ancora oggi sono per ragazzi, ma sono anche per adulti. Sono libri che vengono venduti, mentre da noi l’etichettatura prevale. Siamo fatti così.

E quindi poi ha scritto Fantasma d’amore in successione a quello che ha scritto nella rubrica Realtà romanzesca?
No, Fantasma d’amore non è mai andato in Realtà romanzesca. Realtà romanzesca aveva come caratteristica di riferirsi a fatti realmente accaduti. Quindi quello non era realmente accaduto.

Ho notato che Fantasma d’amore contiene molti elementi autobiografici: quanto di Mino Milani c’è in Nino Monti?
C’è abbastanza. Certi amori sono proprio presi dalla verità (ride) e raccontati lì. È un libro stesso che io ricordo non del tutto, però più o meno sì.

Poi c’è Anna Brigatti, per cui Lei dice di aver preso spunto da una donna, che per altro si è anche riconosciuta per via di un profumo che cita, il Reve d’or.
Reve d’or! Madonna, oddio mio, Reve d’or! (ride). Sì, me lo ricordo, lo sento ancora adesso il profumo, me lo ricordo. Eh sì, era una bella ragazza. Erano tempi fervidi.

Che rapporti ha avuto con Mondadori nella pubblicazione di Fantasma d’amore? Si ricorda il momento in cui la casa editrice Le ha comunicato di voler pubblicare il Suo romanzo?
Le cose non sono andate in questa maniera, c’è sempre stato di mezzo Alcide Paolini: ha fatto tutto lui, ha preso in mano la cosa e l’ha guidata lui. Della Mondadori mi pare di aver conosciuto qualche funzionario importante, ma adesso non mi viene in mente.

Anche perché aveva un rapporto più stretto con l’editore Ugo Mursia.
Mursia era il mio editore storico. Eravamo amici, Ugo ed io. Personaggio stranissimo, il personaggio più strano… Era un tipo così, per dirLe: una volta eravamo andati lui ed io a fare un viaggio in Spagna e una sera mi fa: «Sai cosa c’è vicino al nostro hotel?». «No, cosa vuol dire cosa c’è?». «C’è un night, andiamoci». Mi pareva strano, era uno molto riservato. Ci siamo andati, infatti eravamo molto contenti. E lui, a un bel momento a mezza sera, è cambiato da così a così: da tutto animato è diventato di una tetraggine. «Andiamo via». «Maccome, siamo appena arrivati. Guarda che ragazze che ci sono qui». «No, andiamo via». E così siamo dovuti andare via. Era uno schiaffo di tristezza che l’aveva preso. Era un tipo così. Il giorno dopo era tutto pimpante, ancora, ma dopo un paio di sere non parlava più e ho detto: «Ma che cavolo hai?!». «Ma no, non ho niente». «Come non ho niente? Sei lì, un rompiscatole». «Ma no, non dire così». Ecco, era un personaggio così, era un personaggio vero. Però anche questa è una cosa molto lontana, perché gli anni passano inesorabilmente.

Ho letto che il Suo motto è “Tagliare? Sì, grazie”. Cosa ha tagliato nel romanzo? Perché?
Sì, sempre, perché io, quando scrivevo da giovane, non tagliavo mai e poi ripensandoci, crescendo proprio criticamente, ho detto: «no, no, qui devi tagliare. Via!». Io sono un tagliatore. Dei miei romanzi ben pochi seguono l’originale, qualcuno. Scrivo di getto, poi taglio, poi aggiungo. Così si fa.

Ci sono stati personaggi che hanno risentito di ciò?
C’è un prete dentro, lui. Don Giovanni era vero, poi da vero è diventato meno vero e poi è tornato ad essere vero. È una storia che non ricordo con precisione. Don Giovanni, sì… Gli piacevano le ragazze (ride). Mi ricordo che una volta si era impadronito di un calendario di quelli un po’ osé, che ce ne sono alcuni bellissimi. Di tutti questi ne ho conservato uno. Anche a Nino Monti piacevano le ragazze.
Comunque, Don Giovanni è quello che ho più modificato. Per me era più importante come tipo di personaggio. Poi, mi pare, Paolini stesso ha detto: «No, Mino, non farlo così caratterizzato». Quindi poi ha avuto dei cambi.

A proposito del film, è mai stato sul set cinematografico? Che cosa ricorda di quei giorni?
Sì, ci sono stato. Sono venuti anche qui a trovarmi. C’era quella bella ragazza, come si chiama? La Romy Schneider. Bella, simpatica. Ricordo che la prima volta che l’ho conosciuta era su un tram e girava una scena. Mi guarda e io la guardo, e allora lei viene e mi chiede: «Ma Lei è Mino Milani? Sono Romy Schneider». «Ah». «Eh, lo so, ma guardi che non sono così brutta come mi vede qua», perché aveva il trucco da fantasma. «Sì, lo so che non è così meno bella», non potevo dire che era brutta. Lei era una donna bellissima e molto simpatica, molto alla buona. Quando veniva in casa mia, si comportava come se ci fosse sempre stata, insomma… Poi è scomparsa, ma è morta poco dopo miseramente. Il figlio si è suicidato, non so se di propria volontà.

E con Dino Risi che rapporto ha avuto?
Ah, buono! Poi oh, ricordo di averlo visto… mi è spiaciuto di averlo visto così. Un certo giorno ricevo una telefonata. «Ciao Milani, indovina chi sono». «Ti prego, non farmi fare questa figura». «Oh, ma dove sei? Sono qua vicino a casa tua!». «Vicino a casa mia?». «Sì, vicino a casa tua. Relativamente». «Dove?». «A Broni». Broni è un paesone, bello anche, nelle prime pendici dell’Oltrepò pavese, celebre per il vino. «Allora ti aspetto qui a Broni». «Va bene, io so come trovarti» e lui si è messo a ridere. Vado lì e non lo trovo. Sa perché? Perché lui era un bellissimo uomo e aveva questa testa candida, proprio di un biancore impressionante, e io vado lì in piazza a Broni dove c’era un sacco di gente e cerco una testa bianca che non vedo. Ho anche una fotografia di quel tempo, proprio che mi hanno fatto intanto che sto cercandolo, ecco, lì che giro. E poi ad un momento sento: «Mino, Mino!» e mi vedo questa testa gialla, forse aveva smesso di tingersi i capelli, e l’ho trovato anche vecchio. Non che io fossi ringiovanito in quegli anni, però c’era una certa differenza d’età. Ed è rimasto male e mi fa: «Non mi riconosci più?». «No, tranne che non è nevicato sulla tua testa, è venuta giù un po’ di acqua non precisamente pulita». «Eh sì, sai cos’è…». L’avevo trovato invecchiato, viene da dire gravemente. Poi ho capito che lui stesso era rimasto deluso e allora ho fatto svelto a cambiare registro e gli ho detto: «Eh, ma sei sempre il solito bell’uomo» e questo lo ha lusingato. Poi non l’ho più visto. Ci siamo sentiti, poi non l’ho più visto.

E in rapporto al film? Come ha preso Lei la notizia che doveva essere diretto da Dino Risi?
Ero contento. Lui poi era un ragazzo molto simpatico. Ho dei bei ricordi di quel tempo. Quando veniva qui in casa mia era assolutamente rilassato, però poi ci si è persi.

Per quanto riguarda il set, si ricorda qualcosa?
No. Qualche piccola cosa tecnica. Venivano qui, c’erano delle persone simpatiche, altre meno, normalmente.

Per la sceneggiatura, Le hanno chiesto consiglio?
No, la sceneggiatura è stata discussa. Uno è disposto a cedere fino a un certo punto, oltre l’altro dice «No, questo no. Tu ti fermi lì».
Io ho avuto delle critiche, che poi sono risultate diffuse: ad esempio, il finale è – scusi l’espressione – andato in vacca. È venuto fuori che lui (ndr. Nino Monti) era pazzo e va in manicomio alla fine. Ha perso la verità. E poi gliel’avevo detto e mi fa: «Ma sai che hai ragione».
C’erano tre finali, mi pare: uno era che lui, non mi ricordo più in che circostanza, perde il suo soprabito e finisce in Ticino. Era un finale bello. No, invece ne hanno fatto un altro… E poi il finale vero era di una tristezza: lui in manicomio, con lei vestita da crocerossina, ma dai… Lui nel libro si ammazza, si butta nel fiume.

Dopo la pubblicazione sia del libro sia del film, qual è stata la risposta del pubblico?
Non credo che il film abbia giovato molto al libro. Hanno avuto vita differente. Sa, siamo in Italia e il libro è il libro, il film è il film. Il film vanno a vederlo, leggere un libro per noi italiani… Mi spiace dirlo, ma è andata così.

Del libro, invece, ha avuto un buon riscontro?
Il libro è andato bene, non benissimo, però è andato bene. L’italiano non legge. Va al cinema a vedere ed è convinto di aver letto il libro. Questa è la cosa antica e sempre valida. Il dramma, per dire, la realtà dello scrittore italiano, è questa sua povertà. Gli stranieri lavorano in un’altra maniera. In fondo di romanzi italiani che passano dalla carta alla pellicola ce ne sono pochi, mi pare. Gli stranieri lavorano anche di più per il film, ci pensano.

Fantasma d’amore è stato prodotto anche in Francia, mi pare, e anche in Germania.
Sì, Fantôme d’amour.

Mentre il libro è stato tradotto in altre lingue?
In francese sì, mi pare.

Nel romanzo si parla di allucinazioni, ma è giusto definire così ciò che prova Nino Monti? Dopo essere morta, Anna diventa un fantasma e si rivela a Nino tra le vie di Pavia. Questa rivelazione è più un prodotto dell’immaginazione del protagonista o è la realtà, è il fantasma che si fa vivo?
Nella mia idea era il fantasma che si faceva vivo… ammesso che sia possibile. La strada che descrivo è via Porta, descritta con un po’ di pignoleria e ho messo un po’ di realtà in questo, ma sono cose che hanno un valore relativo.

Mi è piaciuto molto il fatto che non tutti riescono a vedere il fantasma di Anna, ma solamente i personaggi più particolari, come Ressi, il collega di Nino Monti.
Sì, me lo ricordo, c’era nella realtà quello lì. Aveva una cotta per me (ride), era un po’ imbarazzante. Il romanzo me lo ricordo, ma non proprio come Lei.

E poi c’è anche un amico di Nino, uno del gruppo, che muore.
Sì, gli amici che si trovano a cena, mi pare, e uno muore in un incidente. Sì, Antonio Copiani, era quello lì, un mio compagno di liceo. «Mi hai fatto morire!». «Stai tranquillo che non sei morto». Sì, abbiamo fatto una cena insieme e abbiamo rinnovato l’amicizia. È un ricordo vecchio, lontano.

Esiste ancora quella “scarnébia” che fa da sfondo al romanzo?
No, la scarnébia, come la nebbia, a Pavia è scomparsa. Queste finestre che Lei vede (ndr. le finestre dello studio di casa Milani, dove eravamo), queste belle finestre che sono aperte sulla chiesa, certe volte in inverno per giorni Lei non vedeva la chiesa, c’era un blocco di nebbia impressionante, sia di qui, sia di lì dove si apre sul giardino la mia casa. Ed era immersa nella nebbia, proprio. E Lei girava per Pavia certe volte dove letteralmente vedeva ad alcuni metri di distanza. Scomparso tutto. Oddio, con gioia dei pavesi che vanno in macchina. Io a quel tempo lavoravo a Milano, c’andavo non tutti i giorni ma quasi, ed era dura. È scomparsa anni fa (ndr. la vera scarnébia), un bel po’ ormai, pochi la ricordano ancora. Io sono uno di quelli perché sono un vecchio pavese che sta attento a quelle cose e quando la trova dice: «oh che bellezza!». «Cos’è? Cosa dici?». «Guarda che bello!». «Ma non si vede niente». «È lì il bello». L’han perso, i pavesi, l’amore per la scarnébia e han perso anche l’amore per il colore di Pavia. Non gliene frega niente ai pavesi di Pavia.

Per quanto riguarda il Ticino, che è grande protagonista di Fantasma d’amore?
No, il Ticino non c’è più. C’è un corso d’acqua che d’estate diventa pieno di barche motori e basta.

Com’era invece negli anni ’70, durante il periodo in cui è ambientato il romanzo?
Bellissimo, era la fine del Ticino, cominciava già a cedere. Era bellissimo, pieno di cose, bello, bellissimo… In pochi hanno percorso il fiume, pochi! Voglio dire, quattro o cinque e generalmente non con il mio rispetto. Io, per molti anni, fino a che ho potuto, sono andato al Ticino con la forza dei remi, poi a un bel momento non si può più fare, anche perché gli anni passano e al Ticino si va meno, il Ticino è diventato un corso per motoscafi. Il Ticino non c’è più, Pavia non c’è più. Pavia c’è ancora, ma (ndr. i pavesi) non la capiscono più, perché si sono creati questa nuova Pavia che è più comoda, perché non ha nebbia… Così non mi piace.

Lei descrive le persone di Pavia come molto gentili al bar, ma quando tornano a casa propria sono molto riservate. Sono ancora fatte così?
Sono fatti così, ancora oggi. Certe cose non cambiano. Il pavese è così in un modo e poi diventa in un altro. Qual è la verità? Non lo so, ma certamente non è quella che si vede più facilmente.

Se dovesse scegliere una sola caratteristica che L’ha aiutata ad essere lo scrittore che è oggi, quale sarebbe?
La ricerca di una certa verità, che non ha niente a che vedere con l’ambiente, la storia, no. Prevale il fatto, il personaggio umano su tutto questo. Quella è la parte che mi interessa più di tutti. La persona che dice: «Ma tu cambi?». «No, non cambio. Sono così». «Eh, ma sei fatto male». «Non pretendo di essere fatto bene, sono quello che sono, mi spiace». Noi siamo responsabili di noi stessi fino a un certo punto.

Il fatto di conoscere quello che si scrive è fondamentale.
Trovo di sì, perché generalmente più dici le cose giuste, più è aderente a quella che è la realtà che Lei vuol descrivere e meglio riesce. È giusto che sia così. Sa, lo scrittore deve essere testimone di sé stesso.

Gianni Rodari ha dichiarato che Lei può essere considerato l’erede di Salgari.
Sì, ma “erede di Salgari” nel senso che racconto l’avventura. Ma no, non mi interessa essere l’erede di Salgari. Ho massima stima e massimo rispetto e massima riconoscenza per Salgari, perché è quello che ho letto da ragazzo e mi ha fatto amare la lettura, però mi fermo lì a questa nostalgia. Mi rendo conto della debolezza intrinseca.

Per quanto riguarda i romanzi adulti, a quali autori si è ispirato?
Ai grandi. I grandi li fregan tutti. Potrei prenderne quanti ne vuole, di grandi autori. Ogni tanto io mi metto a rileggere… Da ragazzino, per fortuna, avevo la mania del bel libro e nella mia libreria c’è tutta una serie di libri che mi erano costate l’ira di Dio perché erano carissimi, però adesso hanno un valore inestimabile, pochissimi hanno la raccolta intera che ho io e sono libri di una bellezza… Tutti i miei soldi finivano lì. Allora trovava dei libri che adesso non trova. Ci sono dei libri della Frassinelli, si chiamava, e costavano 4 lire allora, io ero un ragazzino che lucrava in casa e me li sono presi tutti e adesso me ne vanto. Adesso il libro è quasi tutto bello, allora c’erano libri belli e libri da signori. E, infatti, adesso però anche quelli hanno perso un po’ lo smalto (ndr. si riferisce ai libri della collana Frassinelli che ha in libreria). Soltanto uno che li prende in mano, dice: «Ah, questi eran libri!».

Pavia, venerdì 26 febbraio 2021

Intervista di Giulia Ottoni dalla tesi di laurea, Università di Pavia, relatore prof. Roberto Cicala

Mino Milani

 

In viaggio con Mino Milani tra scrittura, libri, passioni e avventura
Intervista video della primavera 2018.


(in "Editoria & Letteratura", editoria.letteratura.it).